Viaggio nell’epopea del banditismo in Brasile tra mito, arte e poesia

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Seguendo la “rotta del cangaço”, cioè i luoghi percorsi dal bandito Lampião, il re del Cangaço, è possibile conoscere la storia del banditismo che, tra la fine dell’Ottocento e il 1940, data di morte dell’“ultimo bandito”, attraversò sette stati del nord-est del Brasile (Pernambuco, Ceará, Bahia, Sergipe, Alagoas, Paraiba e Rio grande do Norte).

Secondo gli studiosi, uno dei fattori che contribuì all’esplosione di questo fenomeno sociale, ancora vivo nella memoria orale e nella cultura popolare del Nord est brasiliano, fu la grande siccità che colpì il sertão nel 1877: spinti dalla fame e dalla miseria, senza alcuna prospettiva di sopravvivere, gruppi di briganti iniziarono a saccheggiare villaggi e fazendas. In un terra senza stato, dove vige ancora oggi la legge del più forte, vaccari e piccoli contadini cercavano di sfuggire alla miseria e allo sfruttamento dei padroni mettendosi al seguito di santoni fanatici o banditi. Il cangaço ha rappresentato uno dei periodo più drammatici e contraddittori della storia brasiliana e anima ancora una accalorata polemica: i cangaçeiros erano dei giustizieri sociali o semplicemente dei banditi sanguinari?

La saga dei cangaçeiros, il sertão con i suoi segreti, le pene e la sofferenza della sua gente in eterna lotta contro la siccità e l’oppressione, oltre a essere ancora il tema preferito della cultura popolare nordestina, sono stati protagonisti, negli anni ’60, di varie pellicole del Cinema novo, come Deus e o Diabo na terra do sol (“Il Dio nero e il diavolo biondo”) di Glauber Rocha e Vidas secas di Nelson Pereira dos Santos e di capolavori della lettura brasiliana moderna come Grande sertão veredas di Guimaraes Rosa, in cui il protagonista, il bandito Riobaldo arriva ad una piena identificazione con il contesto geografico, ma soprattutto umano che l’ha partorito, fino all’affermazione: il sertão sono io.

L’incontro con la storia del cangaço, la visita ai suoi luoghi simbolici, l’ascolto delle storie, messe in rime o in musica, o incise nelle tavole silografiche da sapienti maestri artigiani rappresenta per il viaggiatore italiano l’opportunità per ripensare ad argomenti “scomodi” della nostra storia. Correva l’anno 1920 quando Gramsci scriveva: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.

 

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